Pink is the new orange, le condizioni delle carcerate in Italia

Le carcerate donne in Italia sono una minoranza mal tutelata, solo il 4,2% delle persone detenute (al 31 dicembre 2016, 2.285 su un totale di 54.653 persone) e distribuite disomogeneamente sul territorio. Questi i primi risultati del report 2016 sulle condizioni delle donne recluse nelle carceri italiane da poco pubblicato dall’associazione Antigone. Ci sono solo quattro istituti esclusivamente femminili (Trani, Pozzuoli, Roma-Rebibbia e Venezia-Giudecca) che accolgono il 25% delle detenute, il resto è distribuito tra le circa cinquanta sezioni femminili ricavate all’interno di carceri maschili presenti in tutte le regioni ad eccezione di Valle d’Aosta e Molise. Qui le situazioni variano notevolmente, complicando l’attuazione di politiche di gestione. Si va da condizioni di sovraffollamento, ad esempio a Pozzuoli, dove si contano 153 presenze su 107 posti disponibili, e a Rebibbia, dove a fronte di una capienza regolamentare pari a 266 unità le detenute presenti sono 337; mentre in altri istituti le detenute vivono situazioni di quasi isolamento, si contano meno di 10 detenute a L’Aquila, Barcellona Pozzo di Gotto e Messina, addirittura 5 a Reggio Emilia e 3 a Paliano (CR).

“Se da un lato l’istituzione di più sezioni femminili sparse per le diverse regioni dovrebbe essere funzionale a che le detenute scontino il periodo di carcerazione in prossimità dei propria affetti, dall’altro lato il fatto che alcune sezioni siano di dimensioni molto ridotte limita la possibilità per le detenute di fruire di spazi sufficienti nonché di attività a loro dedicate.

Anche nel resto d’Europa le donne in carcere sono sempre una esigua minoranza e a imporsi è un modello detentivo maschile. L’Italia è fra i paesi in cui è più forte la mancanza di un’attenzione e competenze specifiche a un’ottica di genere, non solo nelle politiche di detenzione. Per questo nel 2005 proprio Antigone propose l’istituzione di un Ufficio per le donne detenute interno alla Direzione Generale Detenuti e Trattamento, con lo scopo di occuparsi della gestione ordinaria di tutte le carceri e sezioni femminili, del coordinamento degli altri Uffici del Dipartimento per l’Amministrazione Penitenziaria e della garanzia di coordinare i servizi sociali e territoriali nella lotta all’emarginazione. Purtroppo l’esperienza dell’Ufficio di cui sopra si rivela oggi deludente.

Ad alimentare questa situazione di disparità si aggiunge il sensibile aumento del numero delle donne condannate in via definitiva, che passa da 1.073 del 2008 a 1.521 del 2016. Sono i reati legati al patrimonio, alla legge sulle droghe e i reati contro la persona quelli per i quali le donne vengono più frequentemente condannate alla pena detentiva. Questi, nel 2016, costituiscono insieme il 64 per cento del totale delle condanne.

In generale, sono le pene fino a 5 anni quelle che vengono inflitte più spesso. Le donne che entrano in carcere sono segnate da un contesto di grave marginalità sociale, riflesso nel tipo di reati per cui vengono incarcerate e in questo attività lavorative e formative all’interno ma soprattutto all’esterno del carcere dovrebbero essere di supporto e facilitazione al reinserimento. Purtroppo però se è vero che le lavoranti rappresentano circa il 37 per cento delle detenute a fronte di una media nazionale del 28 per cento, è anche vero che in grande maggioranza sono esclusivamente impiegate in servizi d’istituto, ad esempio addette alle pulizie e aiuto cuoche (73,6 per cento del totale delle lavoranti). Per quanto riguarda la possibilità di accesso ai corsi di istruzione, nell’anno scolastico 2015-2016, sono 137 le detenute iscritte a corsi CISL (ex alfabetizzazione), 265 iscritte alla primaria, 231 alla primaria di primo grado, 95 ad altri corsi. In 64 sono iscritte ai licei, possibilità tuttavia presente solo in Campania e Lazio. In 51 agli istituti professionali e in 81 agli istituti tecnici.

La formazione continua a essere molto carente, spiega in un’intervista a InGenere.it Augusta Roscioli che ha lavorato per anni presso l’Ufficio per le donne detenute. Considerato il fatto che le donne in carcere hanno in media livelli di istruzione e di occupazione più bassi di quelli maschili, paradossalmente, è proprio il fatto di essere poche rispetto agli uomini a far sì che ci siano meno attività rivolte alle donne, e meno qualificanti.

Altra questione centrale rispetto alla detenzione femminile è quella della presenza nelle carceri italiane di detenute con figli a seguito, tematica delicata sia dal punto di vista del diritto delle detenute con figli ad essere madri, sia del diritto dei figli di detenute da un lato a crescere con la propria madre e dall’altro a non dover per questo passare i primi anni di vita, età delicatissima di formazione, in un ambiente insalubre come quello carcerario.
Dal 1993 a oggi, il numero di bambini in carcere è rimasto pressoché invariato. Con la legge Finocchiaro, n. 40/2001, meglio conosciuta come “legge 8 marzo” sono stati introdotti due nuovi istituti: la detenzione speciale domiciliare e l’assistenza esterna dei figli minori che permette alle detenute madri di poter, dopo aver espiato un terzo della pena in carcere, scontare il residuo di pena presso la propria abitazione o in altro luogo di cura, assistenza o accoglienza. La legge introduceva però anche delle condizioni di ammissione che hanno finito inevitabilmente per tagliar fuori le donne appartenenti alle frange più marginali della popolazione, magari detenute tossicodipendenti, incarcerate per reati relativi alla legge sulle droghe (di fatto, gran parte delle detenute), poichè soggette a un più alto rischio di recidiva. Altre grandi escluse erano le donne straniere che spesso prive di fissa dimora non potevano accedere agli arresti domiciliari.

Il legislatore tramite la l. 62/2011 ha introdotto nuovi modelli detentivi a misura di bambino: le Case famiglia protette, affidate ai servizi sociali e agli enti locali, e gli ICAM, Istituti a Custodia Attenuata per Madri che fanno capo all’amministrazione penitenziaria: carceri colorate, senza sbarre, né armi, né uniformi, nei quali i figli delle detenute possono rimanere fino ai sei anni. Il primo ICAM era stato costruito in via sperimentale nel 2007 a Milano. Altri ICAM sono stati recentemente aperti a Venezia e a Torino, ma il loro numero, così come quello degli asili nido all’interno delle sezioni femminili, è ancora altamente insufficiente.

Dal 1993 ad oggi, gli ICAM e gli asili nido all’interno delle sezioni femminili oscillano da un minimo di 13 strutture a un massimo di 18 a livello nazionale, in parte non funzionanti. Pochissimi, dunque, i luoghi di possibile detenzione per le donne madri con figli a seguito, con il risultato di amplificare ulteriormente il problema della lontananza tra il luogo di residenza e quello di detenzione di queste donne; e quindi, a volte, anche della lontananza con gli altri figli fuori dal carcere, magari troppo grandi per seguirle in custodia attenuta.

La situazione in Italia della componente femminile della popolazione detenuta appare, in conclusione, deprivata di certe opportunità lavorative, formative o anche di istruzione in comparazione con la controparte maschile. Da un lato allontanate dai propri familiari e luoghi di residenza, non potendo condividere né spazi né attività con la componente maschile dall’altro, finisce per risultare ancora più segregata all’interno dell’ambiente carcerario.