Linguaggio: le donne al potere e l’uso del maschile neutro

Perché le donne “al potere” si definiscono al maschile?

Vogliamo ritornare sul tema del linguaggio di genere. In particolare di come, per riferirsi a delle cariche istituzionali o di potere, si preferisca ancora l’uso del maschile-neutro piuttosto che del femminile.

Dopo aver riportato l’opinione del Presidente dell’Accademia della Crusca, riprendiamo la ricerca di Chiara Nardone per la rivista online Gender/Sexuality/Italy che, annualmente si occupa di rendere pubbliche ricerche sull’identità di genere ed il modo in cui questa incida sulla politica, la cultura e la società italiana.

Chiara Nardone, traduttrice specializzata, lavora da tempo sulle tematiche connesse all’uso della lingua rispetto alla questione femminile, analizzando in particolare, per Gender/Sexuality/Italy,  “se e in quale misura alcuni dei sostantivi femminili designanti ruoli e professioni siano ancora caratterizzati da un’asimmetria semantica peggiorativa rispetto ai corrispettivi maschili“.  L’analisi è stata effettuata su itWaC, che è uno dei corpora più ampi disponibili per la lingua italiana.

I corpora della lingua italiana

I corpora sono grandi collezioni di testi sia scritti che orali, prodotti in contesti comunicativi reali (per es.: registrazioni di discorsi o articoli di giornale), che vengono poi registrati e conservati in formato digitale e permettono quindi di analizzare e studiare le tendenze nell’uso effettivo della lingua, anche su base statistica. Sono perciò molto importanti nello studio del lessico contemporaneo nel riconoscere i mutamenti linguistici e la frequenza con cui le parole vengono utilizzate nel linguaggio comune.

L’Italia è, purtroppo tra i paesi europei che ha proceduto più lentamente alla volontà di cambiamento nella lingua in un’ottica meno androcentrica. Paesi come Germania, Francia, Spagna e Svizzera hanno promosso con più incisività e rapidità la volontà di utilizzare la forma femminile al pari della forma maschile, soprattutto all’interno dei contesti istituzionali.

Parole al femminile a confronto

La ricerca di Chiara Nardone si sofferma in particolare sull’utilizzo della forma femminile nelle professioni. La lingua ammette tale forma in lavori in cui le donne sono ormai presenti con la stessa frequenza degli uomini, come nel caso di infermiera ed infermiere, maestra e maestro, mentre ingegner-a, chirurg-a sono termini ancora fin troppo desueti.

Esplicativo è il caso dei termini segretario e segretaria: i due sostantivi appaiono in itWaC in un rapporto di 1 a 16. Si parla di segretario riferendosi a persone che ricoprono ruoli di potere legati alla vita pubblica (segretario di un partito, di un sindacato, di un’associazione, delle Nazioni Unite).  Il termine segretaria invece non descrive lo stesso contesto ma piuttosto un ruolo subordinato e non dirigenziale e compare spesso accompagnata a parole come ufficio, redazione, impiegata, personale, scuola, giovane. Ugualmente i termini direttrice e direttore: l’uno in riferimento a contesti culturali come scuola, museo o biblioteca, l’altro al fianco di parole quali: generale,  dipartimento, responsabile, artistico, istituto, amministrativo, tecnico, orchestra, rivista.

Sempre a proposito di termini che presumono subalternità: le collaboratrici sono sempre e solo: domestiche, scolastiche, familiari quando il collaboratore non è solo legato all’ambiente familiare e dei servizi.

La percezione del linguaggio al femminile

Particolari sono anche gli aggettivi utilizzati: le dottoresse, termine molto usato (in rapporto di 1 a 2,5 con dottore) sono definite con termini quali care, giovani e gentili, mentre i dottori sono più spesso egregi. Le professoresse invece sono quasi sempre “scolastiche” mentre i professori sono “universitari”. Sono tutti esempi di usi di termini che evidenziano un’immagine dispari sia a livello socio-culturale che economico. Il linguaggio conta, conta nel definire un immaginario collettivo così come un ruolo. E’ evidente come queste differenze a livello di immaginario si riverberano in una subalternità anche economica.

Professioni che, invece, fino ad oggi hanno visto una più bassa presenza femminile non si riferiscono alle lavoratrici con i termini al femminile: architetta ha una frequenza di 1 a 97 rispetto ad architetto, procuratrice per un rapporto di 1 a 339, chirurga compare 1 volta ogni 150 volte chirurgo, avvocata rispetto ad avvocato 1 volta ogni 130.

Donne straniere che sono riconosciute per fama e capacità nella propria professione hanno conquistato gli appellativi al femminile, come l’architetta Zaha Hadid, la chirurga Maria Siemionow, la procuratrice Carla del Ponte, le avvocate Shirin Ebadi ed Eren Keskin; mentre in Italia termini quali ingegnera o notaia sono rarissimi.

Donne ma “al maschile”

La differenza di concetto di cui queste parole spesso si fanno portatrici è un fattore importante che influenza la preferenza di molte in carriera e di successo donne per i termini al maschile. Esempio ne è la Ministra Maria Elena Boschi che, ai microfoni di Daria Bignardi dichiarò di preferire il termine ministro piuttosto che ministra per riferirsi alla sua carica; la linguista Cecilia Robustelli  crede che questo sia dovuto all’idea che “la legittima parità rispetto all’uomo sembra che debba essere ratificata dalla parallela conquista del suo titolo al maschile”.

Sono le stesse donne italiane che spesso, nel linguaggio, preferiscono termini maschili-neutri piuttosto che femminili. Riconoscersi con un’identità femminile anche sul mondo del lavoro e nella definizione delle professioni sarebbe invece un primo passo per la presa di coscienza rispetto ad un ruolo che non è sempre subalterno ma anche di direzione e di potere, così come lo sono i ruoli ricoperti dagli  uomini.