194: nuovi dati e proposte di riforma

E’ stata resa pubblica il 7 dicembre 2016 la “Relazione del Ministero della Salute sull’attuazione della legge contenente norme per la tutela sociale della maternità e per l’interruzione volontaria di gravidanza”. Nella relazione, la Ministra Lorenzin ha contestato le critiche, da più parti rivolte all’Italia, per le oggettive difficoltà ad esercitare il diritto all’interruzione di gravidanza, mostrando i dati relativi al 2014 e 2015  che evidenziano un calo generalizzato del tasso di aborto, con distribuzione diversa tra regione e regione, ma con un trend ovunque negativo. C’è da chiedersi però se questi stessi dati siano da interpretare come una effettiva maggiore consapevolezza e controllo delle donne rispetto alla possibilità di gravidanza o piuttosto come un ulteriore peggioramento dei servizi sanitari nazionali che sembrano ostacolare, più che garantire, l’aborto.

 La legge 194/78 prevede infatti, insieme alla possibilità di interrompere volontariamente gravidanza, la possibilità per i medici di rifiutarsi di procedere all’aborto. Allarmanti sono i dati che riguardano la percentuale di medici obiettori nelle varie regioni ed in alcune strutture che spesso toccano picchi del 90% rendendo di fatto impossibile l’interruzione di gravidanza, oltre a comportare un impiego forzato di medici non obiettori. La Laiga (Libera associazione italiana ginecologi per l’applicazione della legge 194/78) denuncia da tempo la situazione negli ospedali come critica e discriminatoria nei confronti dei medici non obiettori. Al fianco della Laiga anche la International Planned Parenthood Federation European Network e la CGIL, che avevano presentato nel 2015 al Comitato Europeo sui Diritti Sociali del Consiglio d’Europa due ricorsi, che sono stati accolti condannando l’Italia sia rispetto alla tutela dei diritti delle donne garantiti dalla 194/78 che riguardo alle condizioni di lavoro dei medici.

Si inseriscono in questa ottica  alcune recenti proposte promosse in Parlamento:  i deputati appartenenti al gruppo Alternativa Libera hanno presentato una proposta per istituire un limite massimo (pari al 50%) di obiettori di coscienza nelle strutture sanitarie. A questo ha risposto la proposta sostenuta dalla deputata del Pd Giuditta Pini per cui per diventare direttore di una struttura sanitaria di un dipartimento o di un policlinico occorrerebbe non essere obiettori né esserlo stati nei 24 mesi precedenti. Questo permetterebbe un maggior rigore nell’applicazione della 194 sia dal punto di vista della libertà della donna ma anche dal punto di vista della tutela del lavoro del singolo professionista. La proposta quindi chiede anche una centralizzazione del controllo e della mobilità dei medici nelle strutture, in modo che non si gravi sempre sui pochi medici non-obiettori costretti a continui spostamenti per garantire il servizio di interruzione volontaria, garantito alle donne.

E’ necessario che l’Italia risolva una volta per tutte le proprie difficoltà di fronte ad una questione troppo spesso affrontata con un atteggiamento moralista od ideologico.