Maestre e professori, nella scuola italiana ancora troppa disparità di genere

Gli ultimi decreti approvati dal governo sulla cosiddetta “buona scuola” non contengono espliciti riferimenti all’educazione “di genere” che pure è ben presente nella legge approvata nel 2015. Il recente articolo di inGenere denuncia come in realtà sia un contenitore normativo di fatto ancora vuoto mentre l’opinione pubblica fa riferimento all’educazione di genere come se fosse qualcosa di assodato e istituzionalizzato. La maggior parte degli insegnanti è completamente a digiuno di informazioni riguardo al rapporto tra scuola e cultura della parità. Molti di loro non conoscono il significato del concetto di genere, inteso come genere sociale, l’argomento è infatti pressoché sconosciuto nelle scuole.

Secondo Irene Biemmi, formatrice e ricercatrice presso il Dipartimento di Scienze della formazione e psicologia dell’Università di Firenze, i concetti di educazione all’affettività, alle differenze, alla parità, o di educazione sessuale devono essere concretizzati, ad esempio attraverso linee guida ben precise che spieghino in cosa si dovrà sostanziare questa attività. E’ poi indispensabile che l’educazione di genere comprenda: la formazione degli insegnanti, l’orientamento degli studenti, la revisione del materiale didattico e dei libri di testo che, come sappiamo bene, oggi portano avanti un sapere androcentrico che esclude le donne e i saperi femminili.

In Italia il sistema scolastico è prettamente informativo e le scelte vengono richieste troppo precocemente. a 14 anni, mentre altri paesi si stanno muovendo per un orientamento formativo. Per come è strutturato il sistema, la scelta che fai in terza media rischia di condizionarti per tutta la vita e le statistiche ci dicono che quanto più le scelte sono precoci tanto più sono stereotipate. È più facile che un ragazzo a 18 anni arrivi a maturare una scelta “divergente”, atipica per il suo genere, piuttosto che un ragazzo di 14 anni.
Nel libro “Gabbie di genere. Retaggi sessisti e scelte formative”, sempre di Irene Biemmi, si cerca proprio di capire come l’appartenenza di genere condizioni e vincoli le scelte di studio, e quindi professionali e di vita, dei ragazzi e delle ragazze. La scuola italiana non è assolutamente consapevole di questi condizionamenti, e sono gli stessi studenti e studentesse a non esserne consapevoli, inclusi quelli che fanno scelte atipiche rispetto al proprio genere di appartenenza. Ognuno, ognuna di loro, è convinto di prendere decisioni assolutamente autonome e libere. Perché una ragazza non si iscrive a ingegneria? “Perché non le interessa”, è la risposta ricorrente. E invece gli studi sociologici ci dicono da anni che l’Italia è uno dei paesi europei in cui la famiglia e il contesto sociale e territoriale incidono più pesantemente sulle scelte formative individuali dei singoli, e il condizionamento di genere incide trasversalmente su tutti questi contesti.
Il modello della difficile conciliazione tra vita e lavoro come problema esclusivamente femminile passa come se fosse uno stato naturale dei fatti. Il retro pensiero è sempre quello innatista: le ragazze sono più portate per certi lavori, è una questione di attitudini, proprio come se fosse una legge di natura.

Gli ultimi dati pubblicati dal Miur l’anno scorso – quindi relativi all’anno accademico 2014/2015 – parlano chiaro. Nel passaggio all’università le donne scelgono soprattutto percorsi che hanno a che fare con l’insegnamento (92%), la linguistica (81,3%), la psicologia (78%), la letteratura (65%), la politica e la società (64,5%) e le discipline mediche (62%). E sono scarsamente presenti nelle facoltà di ingegneria, dove rappresentano un 23%, o in quelle strettamente scientifiche, dove sono il 26% degli iscritti. Certo, i dati mostrano che la segregazione è un fenomeno che tende a diminuire. Il problema è che lo fa a un ritmo così lento nel nostro paese, che per arrivare a un’effettiva parità forse ci vorrebbe ancora un secolo.

 

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