Le donne nei ruoli decisionali della politica e delle aziende in Italia ed Europa

Parallelamente alle manifestazioni e scioperi che l’8 Marzo hanno smosso l’opinione pubblica in più di 40 paesi del mondo, da più fronti, nazionali ed europei, si cerca di fare il punto sulla situazione della parità di genere nel mondo del lavoro. Per quanto riguarda il punto di vista più specificamente economico e legatata al mondo del lavoro, è, da pochi giorni uscita 

La nuova Relazione europea sulla parità tra uomini e donne 2017,

dalla quale emerge che la legislazione, gli orientamenti, le azioni e le possibilità di finanziamento dell’UE stanno aiutando gli Stati membri a fare grandi passi avanti, sebbene i progressi non siano omogenei:

  • Il tasso di disoccupazione femminile è ancora molto alto, soprattutto nei paesi meridionali, se paragonato a quello maschile.
  • Le donne continuano a guadagnare in media il 40% in meno rispetto agli uomini in tutti i paesi dell’UE e il divario retributivo di genere nelle pensioni è stabile al 38%. Andando avanti di questo passo ci vorrà un altro secolo per colmare il divario retributivo di genere.
  • Il soffitto di cristallo esiste ancora e sono soltanto quattro i paesi con almeno il 30% di donne nei consigli di amministrazione delle grandi aziende: Francia, Italia, Finlandia e Svezia.
  • Le donne sono ancora sottorappresentate in politica. In otto paesi (Bulgaria, Grecia, Croazia, Cipro, Lettonia, Ungheria, Malta e Romania) la presenza femminile in politica è inferiore al 20%.

Anche i dati Eurostat, pubblicati pochi giorni prima dello sciopero, confermano il nostro paese in ultima posizione per numero di donne manager e secondo per la gender pay gap rispetto agli uomini. Magra consolazione, il quadro complessivo europeo non è migliore: i due terzi delle posizioni manageriali nell’Ue sono occupate da uomini (4,7 milioni contro 2,6 milioni) e, nel caso in cui vi sia una donna, questa viene retribuita in media il 23% in meno per le stesse funzioni dirigenziali. Le donne, quindi, nonostante rappresentino approssimativamente metà degli occupati nell’Ue, continuano a essere sotto rappresentate tra i manager. In base ai dati 2014 relativi alle imprese con 10 o più dipendenti, l’Italia insieme a Germania e Cipro è il Paese Ue con il minor numero di donne manager.

Lo studio italiano di Openpolis sulla presenza femminile in politica e società pubbliche

Una lettura critica dei dati riportati nel nostro precedente articolo, presentata dell’ass. Openpolis, evidenzia come la legge Golfo-Mosca del 2012 non abbia avuto un effetto così incisivo sulle quote di genere nella composizione dei cda delle società pubbliche quotate e partecipate italiane.

Lo studio “Trova l’intrusa, inoltre, si focalizza, infatti, sui ruoli decisionali femminili nelle società quotate in borsa e nella politica. Al di là dei numeri complessivi entra nel merito dei ruoli ricoperti e grado di responsabilità. Lo studio riporta infatti come il 30% è il numero delle donne in alcuni dei luoghi che contano, nel Parlamento italiano, europeo e dal 2016 anche nei consigli di amministrazione delle aziende quotate nella borsa italiana.

“Ma vedere solo questo dato sarebbe riduttivo. Questo terzo o quasi sul totale ha infatti in un peso relativamente basso. È un ottimo punto di partenza, ma se l’analisi si sposta dal dato quantitativo all’aspetto qualitativo emergono subito delle grandi differenze. Emerge con forza il doppio binario su cui viaggiano le donne: da una parte è vero che se ne contano di più, che sono aumentate di numero; dall’altra parte però è innegabile che sono poche o anche pochissime nelle poltrone davvero importanti. Man mano che si guarda in alto emerge la tendenza alla rarefazione degli incarichi conferiti alle donne. Ma non si tratta solo di un problema della politica. Quest’anno infatti è stata presa in considerazione anche la crescita del numero di amministratrici delle società quotate in borsa. Le donne sono entrate in quantità degna di nota nei consigli di amministrazione. Ma sono giusto una manciata le amministratrici delegate: 17 in tutto, appena il 2,5% delle figure femminili. È vero che solo pochi anni fa la situazione era desolante, ma è anche vero che per il miglioramento va ringraziato l’obbligo introdotto dalla legge 120/2011 di aumentare progressivamente le nomine femminili negli organi di amministrazione e controllo delle società quotate. Tuttavia val la pena sottolineare che si tratta di conquiste incomplete se appena si guarda con un minimo di attenzione si vede che la maggior parte degli ingressi femminili è composto da incarichi non esecutivi. Una presenza dunque che è comunque una buona notizia, ma che non ha ancora in mano gli strumenti e le leve concrete del potere.

A proposito dello sciopero dell’8 marzo, Non una di meno, movimento organizzatore e promotore delle molte iniziative in Italia ed anche nel mondo, dà una chiave di lettura al fenomeno: 

Rivendichiamo un reddito di autodeterminazione, un salario minimo europeo contro la violenza quotidiana dei salari da fame, dei dispositivi di dumping e gender gap, della divisione sessuale del lavoro e delle catene globali della cura che si alimentano delle differenze e delle gerarchie salariali.”