Donne e il parto – Quando il parto diventa violenza

L’Osservatorio sulla Violenza Ostetrica (OVO Italia) ha incaricato DOXA (prima società di ricerche di mercato in Italia) di svolgere un’indagine a livello nazionale sul tema della violenza ostetrica.

“Le Donne e il parto” è la prima ricerca che tratta l’argomento e da questa sono emersi dati significativi.
L’indagine svolta su un campione di 5 milioni di utenti nel corso dei passati 14 anni (2003-2017) rivela che sebbene il 99% delle donne ha deciso di partorire in ospedale per il 41% (4 donne su 10) l’assistenza al parto è stata lesiva della loro dignità e integrità psicofisica.

Una delle esperienze più negative riportate è quella dell’episiotomia “a tradimento”, l’episiotomia consiste in un taglio chirurgico del perineo, l’area compresa tra la vagina e l’ano, praticato durante il parto per allargare l’apertura vaginale quando la testa del bambino comincia ad affacciarsi verso l’esterno. Pratica che l’OMS dichiara “dannosa, tranne in rari casi”.

Le donne che dichiarano di essere state vittime di violenza ostetrica sono circa il 21% e uno dei risultati di questa esperienza traumatica è stato quello di scegliere di non affrontare una seconda gravidanza, provocando di fatto la mancata nascita di circa 20.000 bambini ogni anno nel nostro Paese.
Per violenza ostetrica si fa riferimento all’appropriazione dei processi riproduttivi della donna da parte del personale medico.

La ricerca evidenzia inoltre che molto spesso si ricorre al parto cesareo anche quando non c’è effettivamente urgenza o richiesta della partoriente.
Molte donne denunciano anche una scarsa assistenza per quanto riguarda l’avvio all’allattamento e la mancata possibilità di poter far uso di terapie contro il dolore.

Lo scorso aprile (2016) è stata lanciata su Facebook una campagna di sensibilizzazione e informazione #Bastatacere: le madri hanno voce, nome che richiama quella degli anni Settanta, e raccoglieva le testimonianze di migliaia di donne vittime di violenza ostetrica.