Donne e maternità sul lavoro, in Italia ci sono ancora troppi ostacoli.

L’Italia non è un paese per donne. In Italia, le lavoratrici che scelgono di mettere al mondo un figlio o una figlia corrono il rischio di restare disoccupate, di crescere i figli in una famiglia monoreddito e quindi a rischio povertà, e di perdere l’indipendenza economica.

Le donne lavoratrici molto spesso vivono in maniera precaria, senza contratto, in nero o con i voucher, sono senza tutela e senza sicurezza. Su molte donne grava poi la questione del doppio ruolo: lavoro e famiglia, che molto spesso si traduce in disoccupazione o cattiva occupazione e famiglia.

Da un’analisi della “Relazione annuale sulle convalide delle dimissioni e risoluzioni consensuali delle lavoratrici madri e dei lavoratori padri” si evince la dura realtà contro la quale si scontrano molte donne italiane. I dati concernenti il numero dei figli e le motivazioni del recesso (dimissioni o risoluzione consensuale) attestano inoltre la persistenza di una maggiore difficoltà di conciliazione tra vita familiare e lavorativa nelle fasce d’età tra i 26 e 35 anni e tra i 36 e 46 anni. Sono soprattutto le neomadri ad essere penalizzate, costrette o indotte a licenziarsi in seguito a mobbing, demansionamento o isolamento sul luogo di lavoro. L’essere madre diventa così una condizione di esclusione. La più diffusa delle motivazioni per le dimissioni è il “passaggio ad un’altra azienda” ma di particolare interesse sono anche quelle motivazioni riconducibili alla difficoltà di conciliare il lavoro e le esigenze di cura della prole, quali: assenza di parenti di supporto, mancato accoglimento al nido,elevata incidenza dei costi di assistenza del neonato. Accanto a queste motivazioni ne emergono altre sempre legate all’incapacità di conciliare ruolo genitoriale e lavoro: mancata concessione del part time/orario flessibile/modifica turni di lavoro, organizzazione e condizioni di lavoro particolarmente gravose o difficilmente conciliabili con esigenze di cura della prole, mutamento della sede di lavoro, cambio residenza/distanza tra luogo di residenza e sede di lavoro/ricongiungimento al coniuge. Sicuramente un peccato che l’argomento non venga o venga mal trattato dalla politica, come ad esempio la campagna del Fertility Day.

Il drastico calo delle nascite evidente in questi anni, dovuto a diversi fattori, tra cui i timori delle donne di perdere il lavoro o delle difficoltà a cui andrebbero incontro nel conciliare famiglia e lavoro ha cambiato il modo di affrontare la gravidanza, anche sulla scia di iniziative di governo,trasformandola in una questione pubblica, quando invece, la scelta di una gravidanza è una questione privata e tutte le sue conseguenze gravano sulle spalle di chi fa questa decisione.

Se il 2016 da un lato si è concluso con un’alta percentuale di recessi da parte di lavoratrici madri, dall’altro lato ha visto un incremento delle start up a impronta esclusivamente femminile. Fallita la ricerca del “posto di lavoro”, mettersi in proprio diventa la strada più percorribile, grazie anche agli sviluppi delle tecnologie della comunicazione  e ai costi decrescenti nell’avvio di un’attività imprenditoriale o autonoma. Dai risultati dell’indagine “Donne al lavoro, la scelta di fare l’impresa” di Censis – Confcooperative emerge che su un totale di 6 milioni e 74 mila imprese registrate, il 21,8% (1,32 milioni) è guidato da donne. Le imprese femminili crescono a un ritmo triplo rispetto a quelle degli uomini. “Le donne – dice Maurizio Gardini, presidente Confcooperative – hanno avuto il talento di trasformare fattori di svantaggio, tra pregiudizi e retaggi culturali, in elementi di competitività, riuscendo ad anticipare i fattori di novità del mercato, tanto che la ripresa è trainata dalle imprese femminili”.

La conciliazione è così il prerequisito per accrescere la presenza delle donne nelle imprese e nel mondo del lavoro. Il lavoro dovrebbe essere vissuto serenamente senza il timore di subire ripercussioni per le proprie scelte personali.