I risultati sconfortanti del Global Gender Gap Index 2017

Dopo la recente uscita del Gender Equality Index torniamo a parlare di Gender Gap, stavolta a livello mondiale. Il gender gap, o divario di genere, viene definito come la discrepanza in opportunita’, status e attitudini tra i due sessi. Dal 2006 il World Economic Forum pubblica ogni anno il Global Gender Gap Index, una classifica del divario di genere misurato complessivamente e nello specifico di 4 aree fondamentali come economia, politica, salute, formazione tra Paesi, Regioni fino a singoli gruppi di reddito.

L’equità di genere è, purtroppo, un problema serio in gran parte del mondo e il nostro Paese non è da meno, anzi. Nonostante a livello europeo negli ultimi dieci anni l’Italia ha fatto registrare i più significativi miglioramenti (tre anni fa brindavamo al primo governo con il 50% di donne ministro, oggi abbassato a meno del 30%), a livello mondiale il 2017 segna una caduta nella classifica generale di ben 32 posizioni, l’Italia si trova infatti 82esima su 144 paesi.

Al primo posto si colloca l’Islanda, che detiene il primato da 9 anni, seguono in gran parte Paesi Nordici. In particolare Norvegia e Finlandia. La Francia è 11°, la Germania 12°, il Regno Unito è al 15° posto. In Europa solo Cipro (92esima) e Malta (93esima) fanno peggio di noi, mentre a livello mondiale ci superano tra gli altri Burundi, Bolivia, Mozambico, Kazakhstan, Mongolia, Uruguay, Uganda e Perù. Evidentemente l’indice mondiale non giudica se le condizioni di salute o del lavoro siano buone o cattive, migliori o peggiori, ma solo se le differenze sono elevate tra uomini e donne e se sono migliorate o peggiorate, ed in tal senso non possiamo certo rassicurarci.

Non solo le pari opportunità restano un miraggio nel nostro paese, quest’anno, per la prima volta, anche il trend globale è in saldo negativo. Il divario di genere globale è passato infatti al 68%. Con questi ritmi, ci vorranno 100 anni per colmarlo rispetto agli 83 stimati lo scorso anno. Il rapporto mette in luce come nella partecipazione economica e nelle opportunità offerte, nessun paese al mondo ha colmato completamente il divario tra i sessi. Eppure le stime dicono che se si colmasse la parità di genere il Pil del mondo aumenterebbe di 5,3 miliardi di dollari. E se è vero che l’Europa occidentale resta la regione al mondo con il gap più ridotto (il 25% in media), nel Medio Oriente e in Africa settentrionale il divario si allarga. A livello globale, il Wef sostiene che le differenze di genere più ampie riguardano la sfera economica e quella sanitaria.

Scendendo nel dettaglio della situazione del belpaese, tra i fattori che danno maggiormente da riflettere vi è la quota di lavoro quotidiano non pagato (o pagato non adeguatamente) che raggiunge il 61,5% per le donne italiane contro il 22,9% per gli uomini.

Siamo al 90° posto come partecipazione alla forza lavoro, al 118° in quanto a opportunità nella vita economica e al 103° in quanto a disparità nel reddito. La crudele ironia emerge quando apprendiamo che sono proprio le donne a lavorare di più: circa 512 minuti al giorno, contro i 453 di un collega. Eppure, come è noto, la disoccupazione è più alta tra le donne (12,8%) che tra gli uomini (10,9%). Inoltre il 60,5% degli scoraggiati, ossia coloro che non cercano neppure un’occupazione, è rappresentato da donne.

Per quanto riguarda l’istruzione, siamo piombati dal 27esimo posto del 2006 al 60esimo: ci sono più bambine che bambini che non vanno a scuola, e anche nell’uso di Internet c’è uno scarto a vantaggio del mondo maschile. Altra nota dolente riguarda la rappresentanza politica: il divario tra uomini e donne si è ampliato rispetto allo scorso anno. Nei ministeri la presenza di donne è ferma al 27,8%, mentre in Parlamento è al 31%. Per quanto riguarda questo aspetto solo l’Islanda lo ha colmato per più del 70%.

Non meno preoccupante è il divario di genere che si sta creando in termini di salute. Su questo fronte l’Italia retrocede dal 77° posto del 2016 al 123° del 2017. Il Brasile, nonostante si collochi al 90esimo posto, è uno dei Paesi che ha chiuso completamente il suo divario di scolarità di istruzione.

Condividiamo in conclusione il pensiero espresso dalla collega e amica Linda Laura Sabbadini, nell’articolo “Come dare il Paese alle donne” uscito il 2 Novembre su La Stampa: “le donne non possono più essere considerate il pilastro del nostro sistema di welfare. Non possono più farcela. Lo dicono i numeri drammaticamente. Non possono sostituirsi come prima all’attività dei servizi sociali e sanitari. Non ne hanno più il tempo. Vogliono lavorare, vogliono realizzarsi su tutti i piani. Vogliono avere i figli che oggi non riescono ad avere, ma che desiderano. Vogliono anche valorizzarsi sul lavoro. E se la politica non riuscirà a capire che questa è una priorità essenziale per il rilancio del nostro Paese, si allontanerà sempre più inesorabilmente dai bisogni delle donne e del Paese.”