La Tunisia approva i matrimoni misti

Con la caduta della circolare 216 del 1973, il 14 Settembre scorso, la Tunisia ha abrogato il divieto per le donne di sposare uomini non musulmani, aprendo a matrimoni interconfessionali.

Il presidente Beji Caid Essebsi, novant’anni, al timone del Paese dal 2014, in un discorso del mese scorso dichiarava “Voglio che la Tunisia raggiunga la totale ed effettiva uguaglianza tra i cittadini, uomini e donne, in modo progressivo”. La proposta garantisce alle donne tunisine gli stessi diritti che possiedono gli uomini nell’ambito dell’attribuzione del domicilio coniugale in caso di divorzio e di eredità, precedentemente infatti alle figlie femmine spettava la metà dell’eredità dei figli maschi. La Presidente dell’associazione tunisina delle donne democratiche (ATFD) ha affermato che si tratta di una vittoria vera e propria per le donne.

La Tunisia, già all’indomani dell’indipendenza nazionale ottenuta nel 1956 aveva promulgato un codice di statuto personale all’avanguardia. Tra le innovazioni più importanti introdotte negli ultimi anni ricordiamo: l’abolizione della poligamia e il Codice di Statuto Personale che impose la fissazione dell’età minima per il matrimonio e l’introduzione del libero consenso tra le parti.

Nella nazione dei gelsomini le donne rappresentano il 60 per cento degli operatori medici, il 35 per cento degli ingegneri, il 41 per cento dei giudici, il 43 per cento degli avvocati ed il 60 per cento dei laureati ma la parità di genere, pur sancita dalla Costituzione del 2014, resta da acquisire.
In questo contesto, forte del sostegno di un Parlamento dove su 217 deputati ben 75 sono donne, record arabo, Essebsi ha così scelto di accelerare, prima facendo approvare la legge contro le violenze sessuali lo scorso Luglio, che pone fine all’impunità per i colpevoli in cambio delle nozze con le vittime, e poi rilanciando su eredità e matrimoni misti.

Le reazioni dell’Islam più conservatore sono state aspre, gli imam dell’Università di Zitouna si sono detti «sotto shock» e Sheikh Abbas Shuman, vice del Grande Imam Ahmad al-Tayeb di Al-Azhar, maggiore autorità sunnita, che ha parlato di «misure ingiuste in contrasto con la Sharia» scagliandosi in particolare contro i matrimoni misti perché «l’unione di una musulmana con un non musulmano nuoce alla stabilità della coppia».

La condizione delle donne è un indicatore strategico dei cambiamenti in atto nei Paesi musulmani perché si tratta della maggioranza degli abitanti, (madri, mogli, figlie e sorelle) che costituiscono la spina dorsale delle famiglie ma al tempo stesso sono le vittime più frequenti di imposizioni islamiche, tradizioni tribali e leggi nazionali che le trasformano in cittadini di serie B. La Tunisia sta procedendo decisa nella direzione dell’equità di genere, ma da una recente indagine pubblicata sul «New York Times», condotta tra Egitto, Libano, Marocco e Territori palestinesi, pare ci sia ancora molta strada da fare per cambiare la mentalità tradizionale. Secondo lo studio infatti tre quinti degli uomini ritengono che «una donna debba tollerare la violenza domestica per tenere unita la famiglia». Come dice l’avvocato tunisina sui diritti umani Khadija Moalla, «puoi avere le leggi migliori ma se non cambi la cultura popolare non serviranno a nulla»