Donne e lavoro. Ingegnere Google licenziato per affermazioni sessite

Google in questi giorni ha licenziato un suo ingegnere senior dopo una sua forte presa di posizione a sostegno delle differenze innate tra il sesso femminile e maschile nel portare a termine determinati lavori. Il documento incriminato, intitolato “Google’s Ideological Echo Chamber”, vorrebbe dimostrare quali sono queste presunte differenze biologiche che rendono le donne meno adatte degli uomini a occupare posizioni importanti in Google e in generale nelle aziende di tecnologia. L’autore, James Damore, espone la teoria secondo la quale l’uomo sarebbe più attratto dalle cose materiali e pratiche, la donna invece dalle cose immateriali e artistiche. Queste differenze biologiche spiegherebbero sia la disparità di rappresentazione in Google, che quella salariale. «Dobbiamo smettere di pensare che le diseguaglianze salariali di genere dipendano dal sessismo», scrive.

L’amministratore delegato Sundar Pichai, in un’email allo staff, ha motivato il licenziamento spiegando che il documento violava le policy aziendali: «Il nostro lavoro è creare grandi prodotti che facciano la differenza per la vita delle persone. Suggerire che una parte dei nostri colleghi abbia caratteristiche che li rendono biologicamente meno adatti a questo lavoro è offensivo e non è ok».

In Google l’equità di genere e di etnia è ancora un problema. Dal 2014 la percentuale di afroamericani che lavora nelle divisioni di Google che si occupano di tecnologia è ferma all’1 per cento (e al 5 per cento nelle altre), le donne rappresentano il 31 per cento della forza lavoro totale di Google ma questa diminuisce al 25 per cento quando si guarda al numero delle posizioni da dirigente. Se al quadro in cui si inserisce questa vicenda, aggiungiamo un articolo del New York Times di pochi mesi fa che racconta per la prima i numerosi casi di abusi e molestie sessuali subiti da alcune imprenditrici della Silicon Valley impegnate nello sviluppo delle loro startup tecnologiche, si comprende come mai la reazione di Google possa essere stata tanto severa.

Forse troppo, Julian Assange, fondatore di Wikileaks, in un tweet offre lavoro all’ingegnere neolicenziato da Google etichettando l’atteggiamento censorio dell’azienda da “perdenti”.

La prevedibile reazione del colosso americano infatti, per quanto motivata da pressioni mediatiche esterne, rischierebbe di venire percepito come di eccessiva chiusura e provocare un effetto boomerang. Dopo la diffusione del documento molti colleghi maschi dell’ingegnere si sono complimentati per la franchezza e diverse donne dipendenti di Google hanno confermato via Twitter che opinioni come quelle dell’autore siano condivise da molti uomini che lavorano nella società. Sembrerebbe infatti che siano molti più dipendenti di quanti si pensi a criticare o deridere i programmi aziendali di inclusione.

Danielle Brown, vice presidente dell’ufficio di Google che si occupa di diversità e integrazione, ha risposto al documento con un messaggio rivolto ai dipendenti, che poi è stato diffuso ai media. Brown ha specificato che le tesi sulle diseguaglianze di genere esposte nel documento erano «molto sbagliate» e che «la diversità e l’inclusione sono una parte fondamentale dei valori che continuiamo a coltivare» anche se consci che «cambiare una mentalità del genere è difficile, e spesso scomodo».