Le reazioni alla recente sentenza sugli assegni di mantenimento

La sentenza della Cassazione, che nei giorni scorsi ha rivoluzionato il diritto di famiglia cambiando i criteri di calcolo degli assegni di mantenimento, ha fatto molto discutere.

L’assegno, infatti, non garantirà più al coniuge il tenore di vita pre-separazione, ma solo un mantenimento che consenta di (soprav)vivere.

Questo mantenimento può venire a mancare quando, in base ad alcuni criteri, si dimostra che il coniuge che chiede l’assegno è autosufficiente: redditi, patrimoni, possibilità di lavorare, casa di abitazione. Ma sarà onere del coniuge debole dimostrare di non avere abbastanza per andare avanti da solo/a. Il Sole 24 Ore chiarisce che i giudici dovranno valutare esclusivamente la mancanza di mezzi adeguati e l’impossibilità di procurarseli basandosi su elementi che vanno dalla presenza di altri redditi alla capacità lavorativa. E solo se il diritto all’assegno supererà questo esame si passerà alla quantificazione del versamento, in cui il principio guida è quello della solidarietà economica: sull’importo peserà dunque il contributo di ciascuno alla conduzione familiare e al patrimonio, il reddito di entrambi e la durata del matrimonio.
Resta invece invariato l’obbligo di mantenimento dei figli.

“Messa così, sembra una sentenza coerente, priva di qualunque ingiustizia, non sbilanciata a favore di alcun coniuge. A guardare bene, però, le cose stanno diversamente. E per capirlo bisogna mettere questa sentenza sullo sfondo della situazione economica e sociale italiana, e delle condizioni dei due generi, uomo e donna nel nostro paese”.

Questa è la lettura di Elisabetta Ambrosi del Fatto Quotidiano che afferma: “che la Corte dica che il matrimonio non debba essere inteso come una sistemazione lo trovo abbastanza offensivo verso le donne. Ci saranno anche le scroccone che si sposano per soldi, ma onestamente per quanto vedo in giro sono pochissime e di altre generazioni. Oggi, le giovani donne non hanno questa mentalità. Pure il richiamo al matrimonio come “scelta libera e responsabile” mi sembra una frase infelice. Tutti si sposano credendo di fare una scelta simile,  insinuare una cattiva coscienza – anche qui alla donna – non lo trovo per nulla gradevole.”

Chiara Saraceno, su Repubblica, ha sottolineato la disparità delle condizioni in cui si trovano donne e uomini di fronte al divorzio, e dunque ha invitato a non coprire, con ragionamenti basati su un principio di eguaglianza che nella realtà non esiste, effetti molto penalizzanti per le donne.

Interpellata da inGenere, Saraceno spiega: “Non mi piace parlare di ‘soggetto debole’. Ma parlo della diseguaglianza, non solo quella che c’è nel mercato del lavoro ma soprattutto del diseguale riconoscimento del valore del contributo che ciascun coniuge dà al benessere della famiglia, quando si tratta di lavoro non pagato, anche a costo di aver rinunciato, o ridotto, la propria capacità  economica. La capacità  economica dei mariti è anche resa possibile dal lavoro gratuito delle mogli, che sono il vero strumento di conciliazione famiglia-lavoro per gli uomini. Ciò  non significa che l’assegno vada pagato per tutta la vita e a tutte. Dipende dall’età, dalla durata del matrimonio, da che decisioni sono state prese nel corso dello stesso per quanto attiene alla divisione del lavoro familiare e della vita professionale, alla capacità di guadagno effettiva di chi dovrebbe pagare. Ma non bisogna dimenticare né la disuguaglianza, né il valore anche economico del lavoro familiare gratuito: invece la sentenza della Cassazione lo fa”.

Linda Laura Sabbadini, dirigente dell’Istat ha scritto su La Stampa che la Cassazione certifica una parità che non c’è. Spiegando poi nel dettaglio, in un’intervista a Radio Radicale, perché a suo avviso questa pronuncia esalta l’uguaglianza formale e dimentica quella sostanziale; e, in nome della “autosufficienza” della donna, destina molte ex-coniugi all’impoverimento certo in caso di divorzio. Il riferimento al “tenore di vita”, argomenta Sabbadini, al di là dei casi da cronaca patinata dei vip, serviva – nella realtà della massa delle separazioni di persone comuni – a riconoscere, al momento della fine del matrimonio il contributo che a tale tenore di vita ha dato il lavoro invisibile, non pagato e non formalizzato delle donne: in sostanza riconosceva che ”il reddito più alto del marito è frutto anche del contributo che la donna ha dato”, spesso rinunciando alla sua carriera, o accettandone delle limitazioni. In discussione in queste cause, infatti, non c’è tanto il caso in cui la donna non lavori affatto – caso nel quale mantiene ovviamente il diritto all’assegno -, quanto il caso in cui un lavoro e un reddito ci sono, ma sono più bassi di quelli dell’ex marito. “Hai un reddito anche basso? Arrangiati”, è la morale della sentenza, secondo Sabbadini.

In un intervento sul blog Femministerie, Cecilia D’Elia e Giorgia Serughetti, autrici del libro Libere tutte (Minimum fax, 2017), vedono in questa sentenza il “buono” del superamento di modelli familiari antichi; ma anche un conflitto tra quelli che chiamano “due rischi opposti”; da un lato, scrivono, c’è “il tradizionalismo venato di paternalismo, che intende tutelarci ma anche mantenerci in uno stato di minorità”; dall’altro, “l’astrattezza di un’idea di libertà fondata sull’autoaffermazione individuale, che ci consegna semplicemente all’abbandono sociale”.

Roberta Carlini di InGenere scrive: ho trovato molto realistici i rilievi dei giudici sul cambiamento dei tempi e dei costumi, sul nostro essere passati da un regime, e un vissuto, di “indissolubilità” del matrimonio a una realtà fatta di pochi matrimoni, e dissolubili. Ma soprattutto, la difficoltà di applicare uno schema rigido – il mantenimento del tenore di vita – a un mondo in cui tutto è incerto, dalle condizioni del mercato del lavoro (si pensi a una separazione tra due partite Iva, ossia la normalità del lavoro dei giovani: chi è ‘forte’, chi è ‘debole’, chi deve pagare e quanto, in un mondo precario per definizione?) alla tenuta dei rapporti, alla progettazione del futuro. Un mondo nel quale, data la realtà di lavori precari e a basso reddito, la fine di una relazione matrimoniale è una tragedia economica per tutti, fa diventare tutti e due i membri della coppia “soggetti deboli”. Un mondo nel quale, non dimentichiamolo, la crisi economica ha inciso in modo non neutro, colpendo di più gli uomini e dunque avvicinando una parità purtroppo al ribasso.

D’altro canto, colpiscono e sono assai fondate le motivazioni alla base del riferimento al “tenore di vita” e la realtà di una sproporzione che permane tra donne e uomini sul mercato del lavoro e nella prestazione del lavoro di cura.

Ma non rischia di essere questa stessa constatazione una trappola? Se al momento della separazione il riferimento al “tenore di vita” non è altro che un modo per riconoscere il lavoro non pagato delle donne, e dunque per risarcirle, non rischia anche di cristallizzare, codificandolo, questa condizione? Chi l’ha detto che ancora oggi, anno 2017, donne mediamente più istruite dei loro partner debbano ‘sacrificare’ la loro carriera per costruire quella del marito? E anche se così fosse, deve essere proprio il divorzio – ossia la fine dell’amore, il momento peggiore per la stabilità anche emotiva personale – a farsi carico del compito di riequilibrare i pesi che nel periodo dell’armonia di coppia si erano distribuiti in modo così sperequato?

La stessa Cassazione – già citata – scrive che lo scopo dell’assegno di mantenimento “non è il riequilibrio delle condizioni economiche degli ex coniugi, ma il raggiungimento della indipendenza economica”. Non sarebbe il caso di chiedere, anzi pretendere, il riequilibrio delle condizioni economiche nella sfera dell’economia – e della società: dunque lavoro, reddito, servizi – e sgravare divorzi e separazioni da una sfera patrimoniale modellata sul tempo che fu?