Se non sei una madre, sei una donna fallita, se sei una madre non puoi fare sul serio in politica”. Si tratta di luogo comune che riflette purtroppo ancora il modo di pensare di troppe persone, sia nella società civile che nel mondo politico.

In Italia le donne non hanno mai ricoperto nessuna delle tre cariche istituzionali di maggior importanza (Presidente della Repubblica, Presidente del Senato, Primo Ministro). Solo tre donne, Nilde Iotti nel 1979, Irene Pivetti nel 1994 e Laura Boldrini nel 2013 e attualmente in carica, sono diventate Presidenti della Camera.

Secondo i dati della Commissione Europea, nel Parlamento italiano solo il 21% dei seggi è ricoperto da donne, in crescita rispetto al 2006 (15,8%), ma ancora in coda rispetto all’Europa (44% in Svezia, 37% in Spagna). La situazione non è diversa nel Governo, dove solo il 16% dei ministri sono donna (54% in Svezia, 59% in Spagna).

A livello locale, nei Consigli Regionali sono presenti il 12% di consiglieri donna (47% in Svezia, 44% in Spagna). Due consigli regionali (Basilicata, Calabria) sono senza ‘seggi rosa’ ed è donna (e dimissionaria) appena un Governatore regionale su 20. Nei comuni, al nord il 22% degli amministratori sono di sesso femminile, il 20% al centro, 13,7% al sud. L’Emilia Romagna spicca per numero di sindaci donna (più del 20%, quasi il doppio rispetto alla media nazionale dell’11%), la maglia nera va invece alla Sicilia (4% dei sindaci).

Perché così poche donne ai vertici della politica italiana? La realtà è molto complessa. Da un lato esiste una volontà autoconservatrice di un sistema politico maschilista. La politica è sempre stata “affare di uomini” e quest’ultimi giocano spesso un ruolo ostruzionistico verso le colleghe donne, ponendo resistenza ad un cambiamento politico-istituzionale che li svantaggia. Riprova di questo atteggiamento è la spiegazione dell’assenza delle donne dai vertici politici attraverso la cosiddetta “teoria delle preferenze”, secondo cui tale assenza è frutto di scelte “naturali” che portano le donne a preferire la sfera privata, disinteressandosi della res publica.

Dall’altra esistono delle difficoltà organizzative per le donne per affermarsi in questo settore, in virtù del persistere di un modello culturale nella nostra società, per cui sta alla donna occuparsi della famiglia. Benché si affermi in principio la volontà di avere le donne in politica, di fatto non si agisce in modo che questo avvenga: non vengono predisposti servizi di supporto che permettano loro di conciliare i tempi domestici con quelli del lavoro, né si agisce per scardinare i modelli tradizionali di divisione di compiti.