Le “azioni positive” sono delle misure temporanee da realizzare in vari settori (lavorativo, politico ecc.) per accelerare il processo di uguaglianza e per contribuire a pareggiare il divario esistente tra donne e uomini. Grazie a queste misure speciali in molti paesi del nord Europa, ad esempio, il percorso di ingresso delle donne nella vita pubblica è stato molto più facile e rapido grazie all’introduzione delle cosiddette ‘quote rosa’, quote minime stabilite per legge di presenza femminile all’interno degli organi di rappresentanza politica e dei centri decisionali.

Le azioni positive non sono però universalmente condivise. Da tempo ci si interroga su quali siano gli strumenti più idonei per perseguire e per raggiungere l’obiettivo di un’effettiva parità, focalizzando l’attenzione sull’utilità e sulla praticabilità delle azioni positive e tenendo in considerazione anche il problema della legittimità del discriminare per uguagliare. Per essere rispettose dei principi costituzionali, le azioni positive devono fondarsi su un evidente squilibrio sociale ed essere transitorie e temporanee, in quanto mirate ad attivare processi di riequilibrio: di fatto non devono costituire esse stesse un motivo di sbilanciamento a favore di una parte.

Nel 1995 una sentenza della Corte Costituzionale ha contestato il concetto di azione positiva, dichiarando illegittime tutte quelle norme che imponevano nella presentazione delle candidature politiche qualsiasi forma di quote in relazione al genere. A partire da quella sentenza, una serie di pronunce della Corte ha messo in discussione la legittimità delle azioni positive non solo nella rappresentanza politica, ma anche in altri contesti ed ambiti sociali.

In seguito a queste sentenze, nel 2002 l’art. 51 della costituzione è stato modificato con l’aggiunta della seguente frase: ‘la Repubblica promuove con appositi provvedimenti le pari opportunità tra donne e uomini’. Si è trattato di un grosso passo avanti nell’affermazione del principio di pari opportunità, che è stato per la prima volta espresso nella Carta Costituzionale. In seguito a tale modifica, nel 2011 è stata approvata la legge che istituisce le ‘quote rosa’ ai vertici delle aziende, prevedendo che almeno il 30% dei rappresentanti dei consigli di amministrazione delle società quotate in Borsa e delle società pubbliche siano donne e nell’ottobre del 2012 il Senato ha approvato il disegno di legge sulla parità di rappresentanza tra donne e uomini negli enti locali. Se e quando tale legge entrerà in vigore, nelle liste che si presentano alle elezioni comunali nessuno dei due sessi potrà essere rappresentato in misura superiore a due terzi e sarà garantita la parità di accessoalle trasmissioni politiche in campagna elettorale.