La presenza delle donne migranti è in costante aumento e costituisce più della metà della popolazione straniera regolarmente presente in Italia, anche se con notevoli differenze tra le nazioni di provenienza. Partendo, le donne migranti portano con sé il loro bagaglio di competenze che consistono nel sapere, nel saper fare e nel saper essere, che spesso non vengono valorizzati. Lasciando i paesi di origine appunto, non solo abbandonano una parte della propria vita e gli affetti più cari, ma anche competenze ed esperienze professionali che una volta in Italia vengono messe nel cassetto perché non riconosciute, e non solo a livello formale. Un’esperienza comune tra le donne immigrate è di fare “tabula rasa” delle loro competenze professionali per inserirsi nel mercato del lavoro locale come lavoratrici non qualificate, dove finiscono per svolgere i cosiddetti “lavori da immigrata” nel settore della pulizia, della cura e assistenza domestica e familiare, caratterizzati da bassi livelli retributivi e senza tutele legali e/o sociali. Per molte di loro, questo significa abbandonare le aspettative di un lavoro migliore. Quelle che cercano di migliorare le proprie posizioni lo fanno con molte difficoltà e con alti costi sociali e personali.

Questa difficoltà è legata anche al non riconoscimento dei titoli di studio ottenuti nei paesi di origine. Il processo per il riconoscimento dei titoli di studio e professionali è ad oggi tutt’altro che semplice e le normative che lo regolano non sono ancora ben chiare, soprattutto per le persone provenienti dai paesi non comunitari.

Il contributo delle donne migranti è importante non solo per le economie dei paesi di destinazione ma anche per lo sviluppo economico e sociale dei paesi di origine. Nonostante ciò, sono pochi gli studi che parlano dell’apporto economico e sociale delle rimesse delle migranti e della loro destinazione finale. Le rimesse inviate alle proprie famiglie per contribuire al miglioramento delle condizioni di vita dei familiari rimasti nei paesi di origine, sono molto significative e ammontano spesso a più della metà del guadagno delle lavoratrici straniere. Questi soldi vanno a contribuire al mantenimento e all’educazione dei figli, all’assistenza medica, alla costruzione delle case ed anche all’avviamento di piccole imprese familiari.

Un altro aspetto rilevante su cui porre l’accento è legato all’impatto che l’associazionismo femminile, promosso dalle donne di origine straniera, ha avuto negli ultimi anni. Queste associazioni hanno infatti svolto un ruolo importante nel sostenere i diritti delle donne sia creando una rete di sostegno e di supporto, sia nel riaffermarne il protagonismo di fronte ai soggetti istituzionali.